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Fare giornalismo a Milano: incontriamo Jacopo Tondelli, direttore de Gli Stati Generali Fare giornalismo a Milano: incontriamo Jacopo Tondelli, direttore de Gli Stati Generali

Jacopo Tondelli è direttore e co-fondatore de Gli Stati Generali, quotidiano online con sede (e cuore) a Milano. Meneghino doc, 43 anni ed esperienza giornalistica da vendere, nel corso degli anni ha scritto per testate come Corriere della Sera e Wired; ha fondato uno dei primi quotidiani investigativi online del nostro paese (Linkiesta, che ha diretto dal 2011 al 2013); ha scritto e scrive libri; soprattutto ha portato avanti, con grande coraggio e lucidità, con le idee e i fatti, un lavoro più unico che raro per rendere il giornalismo italiano più innovativo, trasparente e pluralista. Riservando sempre spazio a temi cruciali per il nostro futuro come l’ambiente e la sostenibilità.
Jacopo Tondelli sarà uno degli attesissimi speaker della tavola rotonda del VAIA live del 15 luglio Terra chiama Milano: alberi e comunità per il futuro. In questo post affrontiamo con lui alcuni dei temi che saranno discussi durante la tavola rotonda.

Ai lettori ambiente e montagna interessano

Jacopo, Gli Stati Generali sono un giornale molto attento ai temi della crisi climatica, dell’ambiente, della sostenibilità e dell’economia circolare. Il vostro è un approccio a volte anche scomodo, non è green washing. Qual è il feedback da parte dei lettori?

Crescente, forte. Mano a mano che passa il tempo c’è sempre maggiore interesse per questi temi. E interesse c’è anche da parte dei decisori politici, della aziende e così via. Si tratta di tendenze globali dentro alle quali ci ritroviamo, e che la comunità de Gli Stati Generali segue con attenzione. In particolare, come dicevi tu, seguiamo il tema dell’economia circolare, dato che è davvero uno degli orizzonti dell’economia mondiale, come sanno bene le aziende.

Il tuo interesse per questi temi è grande.

Sì certo, a me questi temi interessano molto sia dal punto di vista giornalistico che da quello politico. E mi interessa sempre osservare la capacità della classe dirigente italiana (e non solo italiana) di adeguarsi in maniera puntuale alle vere necessità del mondo.

Negli ultimi mesi per Gli Stati Generali ti sei messo a percorrere tutto il centronord per raccontare, da cronista, come è cambiata, e come sta cambiando, la montagna italiana. Sei stato in Valtellina, nel bellunese, sull’Appennino emiliano; hai scritto dei long read molto belli e molto letti. Cos’hai scoperto durante questi viaggi?

Mi ha colpito la profonda accelerazione di una dinamica già presente, radicata: il progressivo ritirarsi, diciamo così, dell’umanità dalle montagne italiane. Sarà interessante ora capire in che modo la nuova era post-Covid-19 inciderà sulla situazione, cosa resisterà dello sci e degli impianti sciistici, del turismo invernale… soprattutto in che modo si saprà disegnare un nuovo e più sostenibile rapporto con la montagna perché di molti impianti sciistici anche storici rimarranno, come già sta succedendo, solo lamiere da portare via. E tutto questo chiaramente ci fa interrogare sul modello sostenibile da costruire, ecco.

Foto di Tim Arnold su Unsplash

VAIA è stata fondata per aiutare quelle comunità dolomitiche che nel 2018 furono colpite dalla tempesta omonima. Tu cosa ti ricordi, di quei giorni terribili?

Pensai che quella tempesta ci ricordasse l’urgenza di curarci davvero della natura che abbiamo vicino. VAIA dimostra proprio questo: che la natura, in certe condizioni, può essere devastante. È un fatto con cui dobbiamo tutti fare i conti.

La sfida ambientale e urbana

Tu sei un profondo conoscitore di Milano, città che ha una capacità di reinventarsi che poche città italiane hanno.

Non so se condivido in realtà ciò che dici. È vero che Milano è una città capace di reinventarsi, però è anche vero che si tratta di una città che storicamente è sempre stata piantata nel tempo e nel modello di sviluppo che ha generato quel tempo. Credo che a Milano ci sia una forte e naturale spinta a continuare nel solco dell’as it is, ma se ci pensi è anche ovvio che sia così: i grandi cambiamenti, le grandi innovazioni, per definizione, generano comunque degli shock, non solo a livello di abitudini ma, ad esempio, di occupazione. Pensiamo solo a come questa città, negli ultimi anni, abbia vissuto di una fortissima capacità di interconnessione continentale e intercontinentale; pensiamo a quanti viaggi inutili e costosi dal punto di vista ambientale hanno alimentato, e alimentano, il modello Milano; pensiamo a quanto l’edilizia sia ancora centrale per il paradigma di sviluppo di questa città. Tutti questi fattori non sono esattamente amici dell’ambiente. Quindi io penso che ci sia molto da lavorare affinché a Milano decolli davvero un modello di sviluppo più sostenibile

Cosa si dovrebbe fare?

Io penso che, ad esempio, una sempre più forte incentivazione della mobilità sostenibile sia necessaria, così com’è chiaro che la continua corsa a costruire complichi le cose in una città che ha già un grosso problema di pressione sui prezzi degli immobili, ma allo stesso tempo ha un altissimo numero di unità abitative e anche commerciali completamente vuote. Quindi penso che su questi due binari, mobilità ed edilizia, si debba ragionare in maniera molto diversa da com’è stato fatto nel passato.

Il potenziale c’è. Pensa solo a tutto il verde della cintura, ci sono pezzi di campagna a sud e a est che sono rimasti parco agricolo e che sono stati conservati nonostante le pressioni degli immobiliaristi che soprattutto negli anni ‘90 e 2000 volevano entrare appunto nel territorio agricolo per renderlo urbanizzato. Ma la strada da fare è tanta.

Milano, città ambiziosa

Secondo te Milano è una città resiliente?

Milano è di sicuro una città resiliente, come lo sono tutte le città abitate da cittadini che hanno una forte spinta al progresso e sviluppo locale. Si tratta di uno degli elementi caratteristici di tutti quei centri urbani in grado di attrarre capitale umano e sociale pronto a resistere a ogni condizione per poi ripartire. Milano è resiliente perché è una città adatta agli ambiziosi; questo è un pregio, può essere anche un limite.

Il VAIA live parla di alberi e comunità per il futuro. Che tipo di comunità è Milano?

Sicuramente, come dicevo prima, è una comunità ambiziosa. Tuttavia è anche una comunità in trasformazione. La vecchia Milano, quella degli anni ‘90, dei primi anni 2000, è una Milano che tende a non esserci più. Pian piano scompare. Oggi la città è popolata da molti nuovi milanesi: molti single, molte coppie giovani, molti immigrati anche di recente immigrazione, perché Milano ha drenato probabilmente le migliori risorse anche al resto del paese, dato che è uno dei pochi posti in Italia dove se hai doti o ambizione puoi pensare di emergere.

Foto di GattoTere su Unsplash

Tu sei milanese doc, però hai vissuto a lungo fuori Milano.

Sì, ho vissuto nella pur vicina Pavia dove mi sono laureato e dottorato, e ho vissuto all’estero: in Germania, in Israele… Oggi però, in Italia, non potrei vivere in nessun’altra città. Però su questa affermazione sicuramente pesa il fatto che Milano è la mia città, nonché un sistema di relazioni sociali, produttive, economiche, culturali che me la rende insostituibile.

Serviranno comunità creative e coese per affrontare le sfide della crisi climatica. Milano è senz’altro una città creativa, ma è anche coesa?

No, non credo che Milano sia coesa, ma non può esserlo per definizione. Milano è comunque una città del mercato, e chiedere a una città vocata alla concorrenza serrata di essere coesa è alquanto contraddittorio.

I giovani e la voglia di futuro

Molti giovani e giovanissimi scendono in piazza, aderiscono ai Fridays for Future, si informano, creano startup come VAIA. A tuo parere la politica italiana saprà lasciare degli spazi a questi giovani e saprà ascoltarli o no?

Questo dipenderà decisamente da come questi movimenti dureranno e si struttureranno. La politica tende a non lasciare mai spazi, però la politica deve riconoscere gli spazi che qualcuno si è preso davvero, quindi se questi movimenti diventeranno davvero una voce stabile, capace di rappresentare interessi, capace di strutturare anche opinione (e in particolare opinione elettorale), la politica non potrà restare indifferente.

Secondo te l’onda verde che sta diventando sempre più forte in Nord Europa riuscirà ad arrivare anche in Italia? Perché per il momento il campo ecologista in Italia non trova grandi spazi…

Questo è un problema storico della politica italiana. Il campo ecologista non si è mai costruito davvero in maniera credibile, è andato perduto. Il M5S delle origini incorporava questo tipo di esigenze, le intercettava, ma alla fine ha stordito e poi di fatto silenziato tale corrente.

Come ti piacerebbe fosse Milano fra trent’anni?

Mi piacerebbe che fosse una città con un rapporto più stretto, organico e anche generoso con il suo territorio circostante, con il suo contado, con il resto del paese. Vorrei che non diventasse ciò che stava rischiando di diventare, cioè un centro di concentrazione estrema del capitale, della ricchezza, delle opportunità. Vorrei che diventasse un volano per una distribuzione del capitale, della ricchezza e delle opportunità anche fuori dalla città, e in tutto il paese.

Il tuo luogo del cuore verde a Milano e dintorni qual è?

La campagna dove è nata e cresciuta mia madre, che è dietro all’Idroscalo. Un posto davvero bellissimo.