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Perdere biodiversità: un vettore per l’epidemia Perdere biodiversità: un vettore per l’epidemia

Gli sviluppi degli ultimi mesi stanno testando le nostre abitudini più radicate, assieme ai sistemi produttivi su cui facciamo affidamento per provvedere ai nostri bisogni e desideri, a fronte di un fenomeno che seppure annunciato da alcuni, ha sorpreso per l’elevato grado di diffusione con cui sta sferzando il mondo intero.

Delle origini e potenziali cause del COVID-19 (acronimo per Corona Virus Disease 19), o “malattia respiratoria acuta da SARS-CoV-2”, nel ritmo incessante dei bollettini giornalieri, è forse facile perdere traccia. 

Mettere il dito sulla causa prima di un fenomeno dall’evoluzione volatile e complessa come un’epidemia non è cosa semplice; nonostante ciò, è possibile raccogliere svariate evidenze accumulate nel tempo per far luce su  relazione più generale, quella tra la perdita di biodiversità e l’insorgere di epidemie che ci toccano da vicino. Che il COVID-19 rientri a pieno effetto in questa categoria, non è ancora dato sapere, ma ciò non può essere una scusa per evitare di agire in base a quanto abbiamo già appreso. 

Aprire la strada al virus: una questione di habitat

Un volto noto della divulgazione scientifica come Mario Tozzi – geologo membro del consiglio scientifico del WWF e ricercatore presso il CNR – ha recentemente proposto una tesi piuttosto semplice: il pipistrello, animale designato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità quale primo anello della catena del contagio, è stato tolto dal proprio habitat naturale a causa di poderose opere di deforestazione, col risultato di avvicinarlo ad animali da allevamento e siti antropizzati, epicentri dell’attuale pandemia.

Il modo in cui il COVID-19 si è apparentemente sviluppato è tutt’altro che nuovo: i casi di zoonosi, ovvero di trasferimento di malattie da animali all’uomo, ammontano secondo una stima del Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDC) degli Stati Uniti a tre quarti delle patologie nuove o emergenti. Se tale anello di trasmissione appare essere così rodato, può essere utile approfondire quali condizioni ne facilitino l’attivazione.

Secondo quanto pubblicato sui prestigiosi Atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti d’America da un’equipe guidata dal connazionale Moreno Di Marco, il progressivo avvicinamento di attività umane a ridosso di aree incontaminate può favorire l’espansione di un’epidemia in due modi

  1. ridurre la distanza tra l’uomo e la natura selvaggia aumenta il rischio di contagio tra uomo e/o bestiame e animali selvatici;
  2. alterare la composizione originaria delle comunità di specie selvatiche modifica gli equilibri che regolano i patogeni naturalmente associati a queste specie. 

Ridurre la distanza tra uomo e natura

Soffermiamoci per il momento sul primo punto, e incrociamolo con un luogo simbolo della pandemia: il mercato animale di Wuhan. Solo le immagini possono far raccontare la concentrazione di specie animali in luoghi come questo, dove la distanza tra uomo e animale è stata ridotta al minimo. Anche le misure sanitarie più stringenti farebbero fatica ad interrompere la catena del contagio.

Alterare la composizione originaria delle comunità

di specie selvatiche

Quanto al secondo punto, la rottura degli equilibri ecologici mina la capacità sviluppata dagli ecosistemi nel corso del tempo di contenere specifici virus e batteri, esponendo nuove popolazioni – uomo compreso – all’incontro con microrganismi contro i quali non hanno sviluppato alcuna difesa. 

Una tesi fondamentale è che la riduzione nel numero di talune specie animali ‘portatrici’, come gli uccelli e i pipistrelli, favorisce il rafforzamento degli agenti patogeni tra quelle rimaste, poiché la diminuzione di diversità genetica fornisce a tali microrganismi la possibilità di rafforzarsi mischiandosi tra loro, oltre che ad aumentarne la concentrazione in termini assoluti.

Secondo Jem Bendell invece, professore di Leadership sostenibile all’Università di Cambria (UK) e attivista ambientale, la diminuzione globale nel numero di insetti, la cui causa maggiore è stata rintracciata nella conversione di territori ad agricoltura intensiva, avrebbe influenzato le migrazioni dei pipistrelli, forzandoli a dirigersi verso gli allevamenti di specie che si sono rivelate portatori intermedi. La carenza di cibo, nel caso dei pipistrelli, diminuisce inoltre le loro difese immunitarie, esponendoli ai virus in misura maggiore.

Non è tutto. La deforestazione e la conversione agricola in Malaysia sono note fin dai primi anni 2000 come catalizzatori del virus Nipah, altra malattia zoonotica monitorata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Indicazioni incluse dall’IPCC, cui seguirono moniti preveggenti: “la presenza di un’ampia riserva di virus del tipo Sars-CoV nelle specie di pipistrello Rhinolophus, assieme alla cultura di cibarsi di animali esotici in Cina meridionale, è una bomba ad orologeria.” Correva l’anno 2007.

C’è un messaggio che emerge chiaramente: stiamo creando habitat dove i virus possono essere trasmessi più facilmente. 

Epidemie e cambiamenti climatici: un nesso più delicato

Benché la riduzione di biodiversità venga spesso inclusa sotto l’ampio cappello dei “cambiamenti climatici”, fenomeno di cui abbiamo parlato abbondantemente in queste paginel’innalzamento delle temperature non mostra per il momento relazioni significative con le epidemie.

Un’ipotesi affascinante è che l’aumento delle temperature medie permetta al virus di adattarsi a condizioni nuove, rendendo progressivamente meno efficace la nostra principale strategia di difesa: la febbre. Il futuro prossimo potrebbe riservare qualche evidenza scientifica in proposito.

Il Centro euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici adotta invece una posizione più conservativa, escludendo il collegamento diretto tra aumento delle temperature e rischi epidemici. Il Centro suggerisce piuttosto di pensare al cambiamento climatico come “moltiplicatore di rischi”: gli effetti indiretti dei mutamenti climatici, tra i quali la stessa riduzione di biodiversità, amplificano il rischio di esposizione ai contagi, per i motivi che abbiamo appena visto.

Inquinamento atmosferico: l’effetto che non ti aspetti

Un discorso a parte merita la relazione tra inquinamento atmosferico e patologie respiratorie: se il COVID-19 è stato collegato all’effetto dell’inquinamento su problemi respiratori cronici e acuti (si veda, recentemente, qui e qui), è forse meno noto che il particolato atmosferico funge da vettore di trasporto per i virus stessi. Una mappa elaborata recentemente mostra in maniera molto efficace un’applicazione al caso italiano.

inquinamento atmosferico

Gli avvertimenti sull’arrivo di epidemie come quella attuale non sono mancati, e hanno fatto spesso riferimento al rapporto con l’ambiente che ci circonda. Dall’attuale crisi sanitaria emerge la nostra incapacità di mettere a sistema le informazioni raccolte nel tempo: da speranza la nascita della “salute planetaria”, una disciplina per studiare le connessioni tra benessere dell’uomo, degli esseri viventi e dell’ecosistema. 

La nostra capacità di previsione dimostra che per quanto siano incerte le origini della pandemia attuale, il nostro rapporto con la Natura rimane una questione su cui interrogarci, in cerca di profonde trasformazioni. “Non torniamo alla normalità. La normalità è il problema,” recita chi guarda al futuro con un occhio alle sfide del presente. Preservare la biodiversità che abbiamo ereditato è senza dubbio una delle più pressanti e trascurate.