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Photo credits Lina Geoushy

La fotografa e artista egiziana Lina Geoushy nel 2020 ha deciso di ritrarre tutte le donne che, come lei, avevano subito violenza o erano state molestate nel suo Paese. Il progetto era partito con un post su Instagram in cui invitava chiunque volesse a raccontare la propria esperienza di abuso. Ne è nato un progetto fotografico tuttora in corso dal titolo Shame LessMolte di loro hanno scelto di non mostrarsi completamente, così la fotografa ne ha nascosto lo sguardo con una pennellata d’oro. Ma non la bocca, per onorare il loro coraggio nel raccontarsi, superando l’umiliazione subita. «Ogni donna in Egitto vive una vita disperata e miserabile perché per lei non esistono diritti umani fondamentali. Io voglio vivere!», denuncia una di loro. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, infatti, in Egitto circa il 99,3 per cento delle donne subisce violenza. La maggior parte di loro non fa nulla per timore di ritorsioni. Lina Geoushy le ritrae fiere, senza timore: senza più alcuna vergogna.


Questo è un nuovo Brunch con VAIA l’ultimo prima dell’arrivo della primavera. Eppure in alcuni angoli del mondo sembra proprio non essere destinata ad arrivare. Per le donne in particolare, il cui coraggio, nonostante tutto, promette un nuovo inizio. Una nuova primavera, anche dove sembra non esserci più nessuna speranza.

LA RESISTENZA DELLE DONNE DI GAZA

A ormai cinque mesi dall’inizio dell’assalto israeliano a Gaza, quasi tutti coloro che sono intrappolati soffrono la fame, con scarso accesso all’acqua potabile, ai servizi igienici o all’energia elettrica. Ma per le donne questa guerra ha portato ogni mese un ulteriore orrore. Mona, una ragazza di diciassette anni, ha raccontato l’incubo di gestire i disagi legati al proprio ciclo mestruale ora che si trova in un rifugio a Rafah, una piccola abitazione occupata da 45 sfollati. Oltre alla mancanza di privacy e allo stress dei bombardamenti, che le procura sanguinamenti più frequenti, da quando si trova lì non può nemmeno contare sulla possibilità di procurarsi assorbenti o di accedere a un bagno.

Mohammed Abed, Afp/Getty

Come lei anche Sarah, ventisette anni, ha raccontato l’umiliazione di non poter accedere a servizi igienici di base. Vive in Egitto ma era andata a trovare le sue zie nel nord di Gaza quando è iniziata la guerra ed è rimasta intrappolata. Ha vissuto il suo primo periodo di guerra nel centro di Deir al-Balah, dove è rimasta con i compagni di scuola dopo essere stata separata dai suoi parenti.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, quasi 700.000 donne e ragazze a Gaza hanno il ciclo mestruale, che cercano di gestire con poca privacy e scarso accesso ad assorbenti, servizi igienici e acqua pulita. Nei rifugi gestiti dall’UNWRA, l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite per i palestinesi, in media c’è un solo bagno ogni 486 persone.

Nelle zone colpite dal conflitto, gli assorbenti sono così difficili da trovare che una ragazza rifugiata in una scuola dell’UNWRA, nel campo di Maghazi, ha detto che si era ridotta a lavare gli assorbenti usati, per poterli riutilizzare. Gli assorbenti riciclati o il sapone che usava per pulirli causavano irritazione e infezioni, ma purtroppo non aveva altra scelta.
Il prezzo degli assorbenti è molto aumentato.Durante il ciclo le donne evitano di bere per non per non dover usare il bagno. Molte di loro sono costrette a lavarsi con lo shampoo perché sono a corto di sapone e presto dovranno ricorrere ad altri detergenti ancora più dannosi.

Secondo i dati del fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), ci sono cinquantamila donne incinte nella Striscia di Gaza. La giornalista Hala Zuahiri ha raccolto alcune delle loro testimonianzeIl sistema sanitario al collasso ha costretto alcune di queste donne a situazioni estreme, come Aya Saeed Hassoun, che all’inizio del travaglio lo scorso novembre ha raggiunto a piedi l’ospedale Al Helou, dove ha partorito una bambina. È tornata al rifugio Al Nasr con la neonata dopo appena tre ore dal parto. E nella piccola tenda dove vive insieme al marito e altre persone non c’è spazio e cibo a sufficienza per tutti. La storia di Aya Saeed Hassoun è raccapricciante, inimmaginabile. Ed è la stessa di molte altre donne a Gaza e in altri numerosi angoli del mondo.

SENTIRSI NON RAPPRESENTATE

Qualche tempo fa aveva destato molte polemiche la decisione di non includere alcun membro femminile all’interno del comitato organizzatore del vertice globale sul clima COP29. In risposta l’organizzazione She Changes Climate aveva lanciato una campagna che ribadiva come il cambiamento climatico colpisca il mondo intero, non solo la metà. She Changes Climate lotta affinché si diffonda sempre di più la consapevolezza del ruolo cruciale delle donne nell’accelerare l’azione per il clima e perché vengano incluse in tutti i principali processi decisionali. Le donne, infatti, continuano a essere emarginate dalla sfera politica a causa di stereotipi di genere, mancanza di accesso e barriere socio-economiche-strutturali. Secondo le Nazioni Unite, ancora oggi più di 150 Paesi hanno leggi che le discriminano e ne limitano l’influenza nella sfera pubblica e politica.

Come evidenzia in un articolo la professoressa Paola Profeta, rispetto a quanto accaduto per la prossima conferenza delle parti del 2024, «un comitato equilibrato di genere non è solo una questione di giustizia e rappresentanza, ma rappresenta anche una scelta strategica. Affrontare la complessa sfida globale del cambiamento climatico richiede prospettive ed esperienze diverse. Le leader donne possono portare sul tavolo qualità diverse». 
Diversi studi confermano da tempo che le aziende con più donne in posizioni decisionali e manageriali tendono a ottenere migliori prestazioni in termini ambientali. Questo viene misurato da un indicatore che considera diversi fattori: l’inquinamento dell’aria, del suolo e dell’acqua e gli impatti sulla biodiversità, l’uso di energia non rinnovabile, di acqua, suolo, foreste e minerali, la produzione di rifiuti e gli sforzi di sviluppo di nuovi prodotti per rimediare a questi problemi.

Insomma, forse non dovrebbe più essere necessario evidenziare quanto valore aggiunto possa portare una leadership femminile. Doverne dar prova, ancora oggi, dovrebbe farci riflettere, spronarci ad agire. Tutte e tutti, senza distinzione.

(Y)OUR VOICE – La parola dei Vaier

Non è un caso che gli oggetti creati da VAIA abbiano come fulcro semantico il principio di amplificare: sono pensati per dare risalto ai sensi. Il nostro obiettivo è costituire una piattaforma di amplificazione di idee, visioni, desideri e opinioni.

Per questo ci piacerebbe sapere cosa vorresti trovare nelle prossime newsletter, come potremmo contribuire a soddisfare la tua curiosità green, cosa ritieni valga la pena di essere amplificato: puoi scriverci a info@vaia.eu

Intanto, ti ringraziamo per aver partecipato a questo Brunch sostenibile.

A presto!
Team VAIA